Su Regeni ancora silenzio

ROMA/DOPO L’INCONTRO LE AUTORITÀ EGIZIANE NON DANNO NESSUN SEGNALE



di Marco Maffettone

ROMA. Nessun segnale dalle autorità egiziane alle sollecitazioni della Procura di Roma sull’omicidio di Giulio. Nessun tipo di risposta alla rogatoria inviata nell’aprile del 2019 è giunta a piazzale Clodio dopo l’incontro tra investigatori avvenuto al Cairo alcune settimane fa. La conferma è arrivata dal procuratore facente funzione Michele Prestipino ascoltato dalla commissione di inchiesta parlamentare sulla morte del giovane ricercatore friulano sequestrato in Egitto nel gennaio del 2016, torturato e fatto trovare morto il 4 febbraio di quattro anni fa sulla strada che collega la capitale egiziana con Alessandria d’Egitto. “Per noi il punto centrale è quello della rogatoria con tre richieste e siamo ancora in attesa di risposta”, ha ammesso Prestipino. Rispetto alla scorsa audizione, avvenuta il 17 dicembre, l’unica novità è l’incontro avvenuto tra il team investigativo italiano, con Sco e Ros, e quello egiziano del 14 e 15 gennaio scorso. “Nel corso di questo incontro c’è stato uno scambio di informazioni - ha aggiunto il procuratore di Roma - ed è stato fatto il punto della situazione. C’è stata da parte loro la richiesta di documentazione che noi abbiamo già inviato. Questo scambio di documenti è funzionale a un futuro incontro tra magistrati”. Nella rogatoria, così come ricordato dal sostituto Sergio Colaiocco, i pm di Roma chiedono all’autorità giudiziaria del Cairo conferme in merito alla presenza a Nairobi, nell’agosto del 2017, di uno dei cinque indagati a Roma, il maggiore Sharif, che secondo un testimone avrebbe raccontato delle “modalità del sequestro di Giulio” nel corso di un pranzo. I pm hanno inoltre sollecitato agli omologhi egiziani l’elezione di domicilio degli indagati (tutti appartenenti agli apparati di sicurezza) e infine dati sui tabulati telefonici. Rispondendo alle domande dei parlamentari, gli inquirenti hanno fatto emergere nuovi dettagli rispetto a quanto avvenuto in quei giorni. “Non è certo che volessero fare ritrovare il corpo di Giulio - ha detto Colaiocco -. La strada dove è stato trovato è costeggiata da muraglioni alti 3 metri, per chilometri. Solo il fatto che un camioncino ha forato in quel tratto di strada ha reso possibile individuare il corpo, è stato un fatto fortuito: se si volesse fare ritrovare o meno il corpo è un fatto non chiaro”. Il pm ha ribadito che la morte di Giulio è legata ad “stata volontariamente inflitta e non è conseguenza delle torture” e il suo sequestro è stato “premeditato”, non una azione “casuale o occasionale”. Il ricercatore italiano era, quindi, seguito da tempo dai servizi segreti locali ma, come detto dai magistrati, lui conduceva una vita “riservata, sobria e dedita solo all’attività di studio che sperava di concludere al più presto tanto che aveva già comprato il biglietto di rientro in Italia con partenza il 23 marzo”. Ricostruendo l’attività di indagine la Procura capitolina ha ammesso che resta “un mistero l’atteggiamento della tutor di Giulio a Cambridge, la professoressa Maha Abdel Rahman che non ha mai collaborato con le indagini e non ha più risposto dopo il primo contatto formale”.

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