Torna l’incubo no deal

UE PESSIMISTA ACCUSA JOHNSON. M A LONDRA SCOMMETTE SU SETTEMBRE


di Alessandro Logroscino



LONDRA. Svanisce l’illusione di un accordo anche vago fra Londra e Bruxelles sul dopo Brexit per fine luglio, come Boris Johnson - e quasi solo lui - diceva di auspicare. Ma il rischio vero è che la quadratura del cerchio possa non essere trovata neppure per il 31 dicembre, data ormai tassativa di scadenza del periodo di transizione, con l’incubo di nuovo incombente d’un no deal: un divorzio alla cieca fra isola e continente segnato da barriere commerciali sulla carta micidiali per l’economia britannica (e non solo britannica), tanto più sullo sfondo dello tsunami dell’emergenza coronavirus. L’ultimo round della prima fase di negoziati fra i team guidati dai plenipotenziari Michel Barnier e David Frost si è chiuso a Londra in un nulla di fatto, a parte limitati segnali positivi che almeno per ora non rompono lo stallo dei veti incrociati sui nodi chiave. “Sfortunatamente è adesso chiaro - ammette Frost, emissario del governo Tory di Boris Johnson al tavolo - che un’intesa preliminare sui principi di un qualunque accordo”, indicata a giugno come obiettivo immediato da BoJo, “non sarà raggiunto entro luglio”. Il suo messaggio è tutto sommato in chiaro-scuro, col riferimento ad atteggiamenti reciprocamente “più pragmatici” che si sarebbero manifestati fra le parti. A iniziare da qualche apertura attribuita a Bruxelles sul no britannico a qualunque ruolo nel Regno per la Corte di Giustizia Europea dal gennaio 2021: proclamato in nome della necessità (imprescindibile per Downing Street) di veder riconosciuta la ‘risurrezione’ di “un Paese economicamente e politicamente indipendente”. Progressi che non cancellano nelle parole di Frost le persistenti “divergenze considerevoli” sui dossier cruciali “della pesca” e del cosiddetto “level playing field”, l’allineamento normativo che i 27 pretendono nel timore di possibili atti di concorrenza sleale, ma che Londra rifiuta alla stregua d’un attentato alla ritrovata sovranità. E che tuttavia - premesso il monito al dovere di prepararsi a questo punto a “qualsiasi scenario” - gli permettono di evocare come “ancora possibile un accordo per settembre malgrado le difficoltà”, a patto di “continuare a negoziare con questo obiettivo in mente” fin dal via del prossimo round di colloqui formali il 17 agosto. Accordo di valore storico per il futuro politico di Boris Johnson, che giusto oggi suggella il primo anniversario a Downing Street: 12 mesi sulle montagne russe segnati, dopo l’elezione a leader Tory al posto di Theresa May, dal trionfo alle urne di dicembre, dalla chiusura della pratica d’innesco della Brexit, dalla nascita d’un altro figlio (Wilfred) messo al mondo dalla nuova compagna Carrie Symonds; ma anche dalla bufera Covid-19, dai passi falsi nella gestione della pandemia imputati al suo governo, dal drammatico contagio personale col virus, da un calo di consensi, dalle crescenti incertezze della crisi economica interna e globale, dai venti di scontro con Paesi come Cina o Russia. E naturalmente dallo stallo della partita sui rapporti commerciali futuri con l’Ue. Stallo che Barnier rinfaccia del resto proprio alle “linee rosse” inflessibili tracciate dal vulcanico primo ministro dalla chioma bionda. E che per il momento rendono a suo dire “poco probabile” l’epilogo di una svolta finale positiva nei soli 5 mesi di transizione residui. Certo, anche Barnier s’impegna a proseguire il negoziato “fino all’undicesima ora”, sia fra lui e Frost, sia con un maggior coinvolgimento diretto dei leader Ue e di Johnson. Non senza confermare però toni di scetticismo aperto per certe posizioni “semplicemente inaccettabili” di Londra, accusata di rispondere ai tentativi di compromessi europei facendo “blocco su due temi al cuore dei nostri interessi” quali l’allineamento normativo e la pesca: anche a costo di rendere “oggettivamente possibile” un no deal a scoppio ritardato.

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