Tra gli autori anche ergastolani

VENERDÌ SANTO/DAL CARCERE DI PADOVA I TESTI DELLA VIA CRUCIS DEL PAPA



di Fausto Gasparroni

CITTA’ DEL VATICANO. “Tante volte, nei tribunali e nei giornali, rimbomba quel grido: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!’. È un grido che ho sentito anche su di me: sono stato condannato, assieme a mio padre, alla pena dell’ ergastolo”. Ci sono anche dei condannati per omicidio tra gli autori delle meditazioni per la Via Crucis di papa Francesco, che anziché al Colosseo si svolge per l’emergenza Coronavirus sul sagrato di San Pietro, in Mondovisione ma davanti a una piazza vuota. “Quando, rinchiuso in cella, rileggo le pagine della Passione di Cristo, scoppio nel pianto: dopo ventinove anni di galera non ho ancora perduto la capacità di piangere, di vergognarmi della mia storia passata, del male compiuto. Mi sento Barabba, Pietro e Giuda in un’unica persona. Il passato è qualcosa di cui provo ribrezzo, pur sapendo che è la mia storia”, dice l’ergastolano nei testi proposti dalla cappellania del carcere “Due Palazzi” di Padova, raccolti dal cappellano don Marco Pozza e dalla volontaria Tatiana Mario. Tra i 14 autori figurano cinque persone detenute, una famiglia vittima per un reato di omicidio, la figlia di un uomo condannato all’ergastolo, un’educatrice del carcere, un magistrato di sorveglianza, la madre di una persona detenuta, una catechista, un frate volontario, un agente di Polizia Penitenziaria e un sacerdote accusato e poi assolto in via definitiva dalla giustizia dopo otto anni di processo ordinario. “La voce rauca della gente che abita il mondo delle carceri”, si legge nei testi, un mondo che sta particolarmente a cuore a papa Francesco, accompagna nelle 14 stazioni il cammino di Cristo verso la morte in croce come un contrappunto drammatico. “Il tempo non ha alleviato il peso della croce che ci hanno messo sulle spalle: non riusciamo a dimenticare chi oggi non c’è più. Siamo anziani, sempre più indifesi, e siamo vittime del peggiore dolore che esista: sopravvivere alla morte di una figlia”, dicono i genitori di una ragazza “ammazzata con l’amica del cuore dalla violenza cieca di un uomo senza pietà”. “È stata la prima volta che sono caduto, ma quella caduta è stata per me la morte: ho tolto la vita ad una persona”, racconta a sua volta l’autore di un omicidio: “Non cerco scusanti né sconti, espierò la mia pena fino all’ultimo giorno perché in carcere ho trovato gente che mi ha ridato la fiducia perduta”. “Mi sono addossata le colpe di mio figlio, ho chiesto perdono anche per le mie responsabilità. Imploro su di me la misericordia che solo una ma- dre riesce a provare, perché mio figlio possa tornare a vivere dopo aver espiato la sua pena”, dice la madre di un detenuto. “Tante volte incontro uomini disperati che, nel buio della prigione, cercano un perché al male che sembra loro infinito. Queste lacrime hanno il sapore della sconfitta e della solitudine, del rimorso e della mancata comprensione”, osserva un catechista. “Sto cercando di ricostruire la mia vita”, dice un altro detenuto, “lo devo soprattutto a me: l’idea che il male continui a comandare la mia vita è insopportabile. È diventata questa la mia ‘via crucis’”. “Ci sono genitori che, per amore, imparano ad aspettare che i figli maturino. A me, per amore, capita di aspettare il ritorno di papà - spiega la figlia di un recluso -. Per quelli come noi la speranza è un obbligo”. La speranza, appunto. “In carcere sono diventato nonno: mi sono perso la gravidanza di mia figlia. Un giorno, alla mia nipotina, non racconterò il male che ho commesso ma solamente il bene che ho trovato - spiega un altro detenuto -. In carcere la vera disperazione è sentire che nulla della tua vita ha più un senso: è l’apice della sofferenza, ti senti il più solo di tutti i solitari al mondo”. E ci sono anche i tanti, enormi problemi delle case di reclusione, dove “pur amando questo lavoro, talora fatico a trovare la forza per portarlo avanti - avverte un’educatrice -. In questo servizio così delicato, abbiamo bisogno di non sentirci abbandonati, per poter sostenere le tante esistenze che ci sono affidate e che rischiano ogni giorno di naufragare”.

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