Troppo caro l’Air Force One



WASHINGTON. Donald Trump riprende il ‘thank you’ tour post elettorale in Nord Carolina col nuovo capo del Penta- gono James Mattis e continua i colloqui per completare la sua squadra di governo consultando anche Henry Kissinger dopo le polemiche con la Cina per la sua telefonata alla ‘ribelle’ Taiwan. Ma non resiste alla tentazione di Twitter, cavalcando la crociata anti sprechi e lanciando l’ennesima polemica: “Boeing sta costruendo un nuovo 747 Air Force One per i futuri presidenti (degli Stati Uniti, ndr), ma i costi sono fuori controllo, oltre 4 miliardi di dollari. Cancellare l’ordine!”.

“I costi sono ridicoli”, ha poi spiegato ai giornalisti nella Trump Tower. “Noi vogliamo che Boeing faccia un sacco di soldi, ma non così tanti”, ha aggiunto, men- tre il suo portavoce Jason Miller annunciava che il tycoon ha venduto a giugno tutte le azioni del suo portafoglio da 40 milioni di dollari, comprese quelle di Boeing, liberandosi così almeno in parte di potenziali conflitti di interesse ma senza fornire prove.

La Casa Bianca ha contestato le cifre evocate dal magnate, anche se non ha fornito dettagli: “Alcuni dei numeri che sono stati citati non sembrano riflettere la natura dell’accordo finanziario tra Bo- eing e il dipartimento della Difesa”, ha detto il portavoce Josh Earnest. Anche Boeing ha replicato, precisando che al momento ha solo un contratto da 170 milioni di dollari per determinare le capacità del nuovo velivolo presidenziale. “Non vediamo l’ora di lavorare con l’aviazione militare Usa sulle fasi successive del programma per poter consegnare il miglior aereo per il presidente al miglior prezzo per il contribuente americano”, ha assicurato il portavoce Todd Blecher.

Il governo ha negoziato con Boeing la costruzione di due o più Air Force One che entreranno in servizio intorno al 2024. I costi previsti dal budget per gli anni fi- scali dal 2015 al 2021 sono di 2,87 miliardi di dollari. Ma, al di là delle cifre, pare inevitabile la collisione tra le ambizioni economiche dell’azienda aeronautica e la battaglia per ridurre costi e sprechi pubblici da parte del tycoon, che preferirebbe volare sul proprio jet e che ha già annunciato anche di voler rinunciare allo stipendio presidenziale.

La nuova polemica non ha spento quella innescata dalla telefonata fra Trump e la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, con tanto di proteste ufficiali di Pechino e contro sfida di Trump su dazi e cambi. Un gesto che ha violato la politica americana in vigore dal 1979 di riconoscere una sola Cina (‘One China’). E’ solo il primo esempio di come potrebbe cambiare la politica estera americana verso molti Paesi, dal Giappone alla Corea del Sud, dalla Siria a Israele, dall’Iran alla Russia, passando per la Nato. Per questo c’è tanta attesa per la nomina del segretario di Stato, dopo le altre della nuova amministrazione Trump che segnalano l’intenzione di cancellare gran parte dell’eredità di Obama. Tra i candidati a colloquio ieri c’è anche Rex Tillerson, presidente e ceo della Exxon. Intanto Trump cerca consigli da Kissinger, che torna nei panni di grande mediatore: l’ex numero uno della diplomazia americana durante le amministrazioni di Richard Nixon e Gerald Ford è di ritorno da Pechino, dove venerdì scorso ha incontrato anche il presidente cinese Xi Jinping, proprio nelle ore in cui scoppiava la polemica sulla telefonata con la presidente di Taiwan. La Casa Bianca ha contattato la dirigenza cinese per ricucire e ha ammonito sul rischio di minare i progressi fatti dagli Usa con la Cina se si dovesse riacutizzare la questione della sovranità di Taiwan. “Solo una gentilezza”, ha cercato di ridimensionare Mike Pence, il vice di Trump. “Tanto rumore per nulla”, ha gettato acqua sul fuoco lo speaker della Camera Paul Ryan, rivelando di aver parlato an- che lui con Tsai ing-wen, due mesi fa. Ryan, come altri dirigenti repubblicani, sembra però aver preso le distanze dalla guerra tariffaria minacciata da Trump contro le delocalizzazioni delle aziende Usa, sostenendo che una riforma fiscale sarà più efficace delle punizioni doganali. Segno che il presidente eletto dovrà comunque fare i conti con il Congresso per molti dei suoi progetti.


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