Trump minaccia altri dazi



GUERRA COMMERCIALE/IL PRESIDENTE INCURANTE DELLE CONTROMOSSE DELLA CINA

WASHINGTON. Con tariffe reciproche per 34 miliardi di dollari e la minaccia Usa di ulteriori misure per 500 miliardi di dollari, è cominciata ieri la guerra del dazi tra Usa e Cina, “la più grande guerra commerciale della storia dell’economia” secondo Pechino. O “la più grande battaglia commerciale americana dalla Grande Depressione”, stando al Wsj. Un conflitto che i media americani prevedono lungo e foriero di tempi incerti, anche se le borse mondiali, dall’Asia a Wall Street, non ne hanno risentito nelle sedute di ieri. A sparare il primo colpo sono stati gli Stati Uniti: dalla mezzanotte ora di Washington sono entrati in vigore i dazi al 25% sull’import di 818 beni cinesi ad alto contenuto tecnologico per prevenire il furto di tecnologia americana e iniziare a riequilibrare un deficit di 375 miliardi di dollari. I settori colpiti sono quelli automobilistico, aerospaziale, dei macchinari industriali, della tecnologia informatica e della robotica. Si tratta di misure del valore di 34 miliardi di dollari, prima tranche di un’azione da 50 miliardi. “Bullismo commerciale”, ha criticato il ministero del Commercio cinese, replicando un minuto dopo con contromisure di pari valore sui beni americani: soia, carne, whiskey, altri alcolici e auto, tutti settori scelti per danneggiare l’elettorato di Trump in vista delle elezioni di midterm a novembre. Ma poche ore prima che scattassero i dazi Usa contro Pechino, il tycoon aveva già minacciato dall’Air Force One ulteriori dazi per 500 miliardi di dollari in caso di ritorsioni cinesi. Una cifra astronomica che, sommata a quella delle inevitabili contromisure e agli altri fronti tariffari aperti con alleati e partner, rischia di avere l’effetto di uno tsunami sull’economia mondiale. Ma Trump non sembra intenzionato a fermarsi, anche perché se il deficit commerciale americano è calato in maggio del 6,6% a 43,1 miliardi di dollari, il livello più basso negli ultimi 19 mesi, il gap commerciale con la Cina e’ aumentato del 18,7% a 33,2 miliardi di dollari (+9,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno). E per ora il presidente non vede effetti concreti né in Borsa né sull’occupazione, che continua a tirare, anche se i salari restano quasi fermi e il mondo delle imprese si è schierato contro i dazi: i dati di giugno indicano la creazione di 213.000 posti di lavoro, al di sopra delle stime. “Dall’elezione del presidente degli Stati Unitisono stati creati 3,7 milioni di posti di lavoro”, ha scritto ritwittando il post del suo ministro del lavoro. Dall’Europa intanto arrivano segnali di inquietudine ma anche di trattativa. “Sviluppo preoccupante l’escalation delle tariffe tra Usa e Cina, che danneggia chiaramente l’economia mondiale. Le guerre commerciali sono cattive e non sono facili da vincere”, ha twittato la commissariaUealcommercioCeciliaMalmstroem. Ma a fine mese il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker volerà a Washington per discutere di dazi con Trump, mentre Berlino apre alla distensione. “Noi abbiamo un grande interesse a che non vi sia un rapporto commerciale conflittuale con gli Usa, e abbiamo un grande interesse commerciale nei confronti della Cina”, ha detto il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert.


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