Trump perde altri pezzi


MENTRE INIZIANO LE MINACCE DI BANNON, GLI ARTISTI “SCARICANO” POTUS


WASHINGTON. Ed ora sarà “guerra” ai nemici dell’agenda Trump: è la minaccia fatta da Steve Bannon, il controverso capo stratega licenziato venerdì dal tycoon, alla fine di quella che tutti considerano la peggior settimana della sua sempre più impopolare e isolata presidenza. Che ieri ha perso un altro pezzo: la commissione per le arti e la cultura presso la Casa Bianca si è infatti dimessa in blocco per la “falsa equivalenza” fatta dal presidente dopo gli scontri a Charlottesville tra suprematisti bianchi e loro oppositori, seguendo l’esempio di molti Ceo delle due com- missioni economiche che poi Trump è stato costretto a sciogliere.

“Ignorare la vostra retorica di odio ci avrebbe resi complici delle vostre parole e azioni”, hanno spiegato i firmatari, mentre a Boston e in altre città Usa sfilavano migliaia di manifestanti contrapposti fra timori di nuovi scontri che fortunatamente non sono avvenuti. “La supremazia (razziale, ndr), la discriminazione e il livore - prosegue il testo della lettera - non sono valori americani. I vostri valori non sono valori americani. Noi dobbiamo essere migliori di tutto questo, noi siamo mi- gliori di tutto questo. Se questo non vi è chiaro, allora vi invitiamo a dimettervi”. La Casa Bianca ha reagito precisando che Trump aveva già deciso di non rinnovare per motivi di budget la commissione per le arti, creata nell’82 sotto il presidente Reagan.

La protesta degli artisti si affianca a quella di Carmen de Lavallade, la leggendaria coreografa e etoile della danza che il 3 dicembre riceverà al Kennedy Center la prestigiosa Medaglia delle Arti. La 86enne ballerina, che accompagnò Alvin Ailey alla sua prima lezione di danza, ha annunciato che accetterà il premio, ma diserterà il ricevimento alla Casa Bianca. La decisione di De Lavellade segue quela, annunciata nei giorni scorsi, da un altro dei premiati, il producertelevisivo Norman Lear. Poco dopo il presidente e la first lady hanno annunciato che, rompendo una lunga tradizione, diserteranno a fine anno l’annuale cerimonia del Kennedy Center Honors, i riconoscimenti alla carriera attribuiti agli artisti per il loro contributo alla cultura americana. Per permettere ai premiati di celebrare “senza distrazioni politi- che”, hanno spiegato. Ma in realtà molti dei premiati avevano già annunciato che non avrebbero partecipato all’evento in segno di protesta contro il presidente. Ma se l’ostilità del mondo dello spettacolo verso il tycoon è nota, preoccupano la crescente impopolarità di Trump anche nella sua base, le defezioni di imprenditori fedeli come il miliardario Carl Icahn, che ha contribuito con suggerimenti cruciali alla strategia in materia di deregulation elaborata dalla Casa Bianca, il quale ha informato il presidente con una lettera che rinuncia al suo ruolo pur informale per evitare “bisticci di parte” circa la sua posizione dopo che democratici hanno insinuato che Icahn possa da questa trarre vantaggi economici personali. Ci sono poi le prese di distanza dei Murdoch e la freddezza dei parlamentari repubblicani. Prima crepa anche nel consiglio evangelico: il pastore A.R. Bernand, che guida il Christian Cultural Center di Brooklyn, la più grande chiesa evangelica di New York (con 37 mila aderenti), si è dimesso dopo che il tycoon ha equiparato negli scontri a Charlottesville suprematisti bianchi e loro oppositori. Bernard è registrato come repubblicano, anche se ha votato per due volte per Bill Clinton ed altrettante per Barack Obama. Il tutto sullo sfondo del caos alla Casa Bianca, dove in sette mesi sono stati fatti fuori 13 consiglieri. L’ultimo, il più importante, è Bannon, che ora resta una mina vagante essere tornato immediatamente a guidare il suo sito di estrema destra Breitbart. “Steve Bannon sarà una voce forte e intelligente a Breitbartnews...forse anche meglio di prima. Le Fake News hanno bisogno di competizione!”: hatwittato Donald Trump, dopo aver ringraziato il suo ex chief strategist per “il suo servizio”, in particolare per il suo ruolo nella campagna contro la “corrotta Hillary Clinton”. Ma non ha fornito spiegazioni al siluramento, al quale avrebbero contribuito vari motivi: mettere fine alla lotta tra fazioni, alla fuga di notizie e ad una figura che oscurava quella dello stesso pre- sidente. Ora tutti si chiedono come si com- porterà Bannon, ossia se “sparerà” da destra contro Trump alienandogli la base più con- servatrice o, come ha promesso, contro i nemici della sua agenda. Molti concordano comunque sul fatto che il ‘Bannonismo’ non è finito, anzi, è ancora ben radicato dentro la Casa Bianca, e che Trump era Trump anche prima di Bannon. “La presidenza Trump per la quale abbiamo combattuto, e vinto, è finita. Abbiamo ancora un grande movimento e faremo qualcosa di questa presidenza Trump. Ma quella presidenza è finita. Sarà qualcos’altro. E ci sarà ogni genere di lotta”, ha ammonito l’ex chief strategist. “Mi sento sollevato. Ora sono libero, ho rimesso le mie mani sulle mie armi. Qualcuno ha detto ‘Bannon il Barbaro’... Ho costruito una ‘f...ing’ (fottuta, ndr) macchina a Breitbart. E ora sono tornato, conoscendo quello che so, e stiamo per potenziare quella macchina”, ha proseguito. “Penso di poter essere più efficace combattendo da fuori per l’agenda di Trump. E chiunque si metterà di traverso alla nostra strada, gli faremo guerra”, ha minacciato.


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