Trump silura Jeff Sessions



VIA IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, RUSSIAGATE A RISCHIO. MUELLER TRABALLA

WASHINGTON. Non c’è stato neanche il tempo di finire il conteggio delle schede, di analizzare l’esito del voto.Donald Trump,con una di quelle mosse a sorpresa che orami sono diventate un suo marchio di fabbrica, ancora una volta ha spiazzato tutti. E mentre giornalisti, opinionisti, commentatori ridisegnavano la Washington mappa del nuovo Congresso e si interrogavano se il presidente avesse vinto o no il “referendum” delle Oregon elezioni di metà mandato, il tycoon ha silurato il ministro della Giustizia Jeff Sessions (nella foto Ansa sotto). “Fired”, licenziato, con un colpo di mano che ha messo di fatto una pietra tombale sul dibattito del dopo elezioni. E che soprattutto mette a rischio il destino del Russiagate. Sulle tv e sui giornali americani quasi non si parla più di midterm, dianatrazoppa, del Senato rimasto ai repubblicani e della Camera riconquistata dai dem. Allibiti questi ultimi, e ancora una volta infilati in contropiede dopo che Trump era sembrato optare per un cambiamento di rotta, quando con toni più dialoganti aveva lanciato un appello bipartisan per lavorare insieme. Per trovare un terreno comune e un compromesso su alcuni dossier, democratici e repubblicani, Casa Bianca e nuovo Congresso. E quando i dem sembravano poter aprire al dialogo, il presidente li ha gelati, mettendo al posto di Sessions un suo fedelissimo, di fatto restringendo i poteri e il ruolo del procuratore speciale Robert Mueller, che per molti potrebbe essere la prossima “vittima”. Era prevista da mesi l’uscita di Sessions, a cui Trump non ha mai perdonato il passo indietro sul Russiagate, lasciando campo al vice ministro della Giustizia Rod Rosenstein che poi nominò Mueller. Tutto sembrava però rimandato all’imminente rimpasto che il tycoon si appresta a fare all’interno del governo e dello staff della Casa Bianca. Ma Trump ha deciso di bruciare tutti sul tempo piazzando al Dipartimento di Giustizia il “falco” Matthew Whitaker, da sempre ipercritico sulle indagini del procuratore speciale. Come ministro pro-tempore sarà lui a prendere il controllo dell’inchiesta, strappando la supervisione a Rosenstein e vigilando direttamente su Mueller, al quale potrà impedire di rendere pubblico il rapporto finale. Del resto le indagini sui presunti rapporti con Mosca per interferire sulle presidenziali del 2016 sono da sempre considerate dal presidente una montatura politica e una vera e propria“cacciaallestreghe”.E’chiaro che il tycoon ha deciso di giocare d’anticipo temendo che con la nuova maggioranza dem alla Camera torni all’ordine del giorno l’ipotesi dell’impeachment. Uno scenario più volte discusso negli ultimi giorni nella war room della Casa Bianca. Whitaker in teoria non può rimanere più di 210 giorni in carica, fino alla nomina di un nuovo ministro della Giustizia. Ma se davvero Trump gli ha affidato il compito di chiudere la partita Russiagate, i tempi si possono allungare, soprattutto se l’iter per la conferma in Senato della nomina del nuovo attorney general dovesse incontrare ostacoli. Scenario possibile se fossero veri i due nomi a cui starebbe pensando Trump: l’ex governatore del New Jersey Chris Christie e il ministro della Giustizia della Florida Pamela Bondi, due personaggi molto vicini al tycoon ma anche molto controversi per gli scandali in cui sono stati coinvolti. Intanto Mueller fiuta il pericolo e accelera. Secondo fonti investigative i suoi uomini avrebbero già iniziato a stilare il rapporto finale dell’inchiesta. Una corsa contro il tempo prima che sia troppo tardi.


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