Trump voleva attaccare l’Iran

DOPO LA SCONFITTA ALLE ELEZIONI. LA CENTRALE NUCLEARE NEL MIRINO



WASHINGTON. A Washington, in queste giornate convulse e di grande incertezza, è diventata la paura più grande: che la resistenza di Donald Trump nell’accettare la sconfitta elettorale possa passare anche per una crisi internazionale. Ad alimentare il timore di una prova di forza fuori dai confini nazionali, stando al racconto del New York Times, quanto accaduto giovedì scorso nello Studio Ovale: una riunione durante la quale il presidente uscente avrebbe sondato il terreno per un possibile raid punitivo contro l’Iran, reo di continuare ad immagazzinare materiale nucleare. La convocazione del briefing - al quale hanno partecipato anche il vicepresidente Mike Pence, il segretario di Stato Mike Pompeo, il nuovo capo del Pentagono Cristopher Miller e il capo di stato maggiore Mark Miley - era arrivata il giorno dopo il nuovo rapporto degli ispettori internazionali dell’Aiea, nel quale si denuncia un aumento significativo delle scorte di uranio da parte di Teheran, oggi almeno 12 volte maggiori di quanto previsto dall’accordo del 2015, quello stracciato dallo stesso Trump. Quest’ultimo avrebbe quindi sollevato l’ipotesi di un possibile attacco missilistico mirato, colpendo in particolare il sito di Natanz, o in subordine avrebbe suggerito l’ipotesi di sferrare un massiccio cyberattacco. I presenti però sarebbero riusciti a dissuaderlo, mettendogli davanti il rischio di scatenare un conflitto ben più ampio nelle ultime settimane della sua permanenza alla Casa Bianca. L’opzione, dunque, sarebbe per il momento fuori dal tavolo, così come quelle di raid contro asset iraniani o milizie alleate di Teheran fuori dall’Iran. Anche perché proprio da Teheran è arrivato un chiaro monito: “Qualunque attacco degli Stati Uniti provocherebbe una risposta devastante”, ha minacciato il portavoce del governo iraniano Ali Rabiei, sottolineando come un’azione Usa destabilizzerebbe ulteriormente la regione mediorientale. Uno dei rischi maggiori sarebbe il coinvolgimento di Israele, dove tra l’altro nelle prossime ore è in arrivo proprio colui che è ancora il capo della diplomazia americana, Mike Pompeo. Secondo l’Aiea l’Iran avrebbe ora abbastanza uranio per produrre due bombe nucleari, ma il processo di arricchimento per realizzarle richiederebbe ancora diversi mesi. Il materiale nucleare detenuto da Teheran, tra l’altro, sarebbe ancora di gran lunga inferiore a quello posseduto prima dell’accordo del 2015. Intanto la Nato ha espresso grande preoccupazione per la decisione di Trump di accelerare il ritiro delle truppe Usa da Afghanistan, Iraq e Somalia, luoghi in cui si continua a combattere contro il terrorismo. “Siamo entrati in Afghanistan insieme e quando sarà il momento dovremmo partire insieme in modo coordinato e ordinato”, ha avvertito il segretario generale dell’Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg, secondo cui “l’Afghanistan rischia di diventare ancora una volta una piattaforma per i terroristi internazionali per pianificare e organizzare attacchi nelle nostre terre d’origine. E l’Isis potrebbe ricostruire in Afghanistan il califfato del terrore che ha perso in Siria e Iraq”. Il Pentagono, in mano a Miller dopo il siluramento di Mark Esper, avrebbe già avvisato i rispettivi comandi di portare entro il 15 gennaio a 2.500 da 4.500 il numero dei soldati in Afghanistan e a 2.500 da 3.000 quelli in Iraq. Miller ha lanciato in queste ore un messaggio alle forze militari apparso contraddittorio, affermando che la guerra non è finita e che la battaglia contro al Qaeda e i gruppi terroristici va avanti. Ma scrivendo anche come sia arrivato il momento di riportare le truppe a casa, evitando “gli errori strategici del passato”.

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