Turchia alla resa dei conti

DOMANI SI VOTA PER LE PRESIDENZIALI. ERDOGAN TEME DI FINIRE AL BALLOTTAGGIO





ISTANBUL.“Il 24 giugno decideremo la direzione della Turchia per il prossimo secolo”.

Alla viglilia del voto che per la prima volta attribuirà i nuovi poteri del presidenzialismo, introdotti dal contestato referendum dello scorso anno, Recep Tayyip Erdogan prova a galvanizzare la folla.


In un momento cruciale per il Paese, tra pericolose oscillazioni finanziarie e forti tensioni con l’Europa, quasi 60 milioni di elettori sono chiamati a scegliere il capo dello Stato - che guiderà anche il governo - e il nuovo Parlamento.


Un election day, quello di domani, cui si arriva con quasi un anno e mezzo d’anticipo, dopo la convocazione voluta dal Sultano per cavalcare l’ondata nazionalista della guerra ai curdi in Siria e contenere un’instabilità economica cui i mercati guardano con crescente preoccupazione.


Secondo la maggioranza dei sondaggi, Erdogan oscilla intorno alla soglia della maggioranza assoluta, richiesta per l’elezione al primo turno. Potrebbe persino essere questione di decimali. Se non ce la dovesse fare, sarebbe tutto rimandato al ballottaggio due settimane dopo.


Il suo sfidante più accreditato è Muharrem Ince, candidato del socialdemocratico e kemalista Chp, stimato al 30% e in crescita. Nettamente dietro, stando ai sondaggi, c’è l’ex ministra degli Interni nazionalista MeralAksener, molto calata rispetto alle attese iniziali. Intorno al 10% è invece Selahattin Demirtas, leader curdo candidato dal carcere, dove si trova da un anno e mezzo con accuse di sostegno al Pkk che lui ha sempre negato. In un eventuale secondo turno, il presidente uscente partirebbe sempre favorito, ma gli sfidanti promettono unità, denunciando una campagna elettorale a senso unico. Secondo un loro calcolo, sulla tv di stato Trt Erdogan è apparso per 181 ore, Ince per 16 ore e Demirtas per soli 32 minuti.


Alle urne, nel Paese con il record mondiale di giornalisti in prigione, si arriva inoltre sotto lo stato d’emergenza, che limita la libertà di manifestazione e d’espressione.Anche nel voto per il Parlamento sarà cruciale il fattore curdo. Se l’Hdp riuscisse a superare ancora la soglia di sbarramento del 10%, l’Akp di Erdogan - che si presenta in coalizione con i nazionalisti del Mhp - potrebbe perdere la maggioranza assoluta. Un’eventualità evocata un po’ a sorpresa dallo stesso Erdogan, che pur definendola poco probabile non ha escluso un accordo post-elettorale: con il nuovo sistema il presidente non ha bisogno di un voto di fiducia, ma una coabitazione potrebbe comunque frenarne l’azione.


Il resto dell’opposizione punta a conquistare seggi chiave presentandosi con un’inedita coalizione di “salute pubblica” che vai dai kemalisti del Chp ai nazionalisti di Aksener fino agli islamisti del Sp. A monitorare il voto ci saranno 8 organizzazioni internazionali, compreso l’Osce/ Odihr, che domani avrà 350 inviati nei seggi. Presenti sul terreno pure diverse ong indipendenti turche. Ma le premesse non sono delle migliori: due deputati osservatori dell’Assemblea parlamentare dell’Osce, un tedesco e uno svedese, sono stati esclusi perché ritenuti filo- curdi da Ankara. Forti sono i timori di manipolazioni del voto per il nuovo regolamento elettorale, che consente di convalidare le schede non timbrate - una pratica che causò dure polemiche al referendum dello scorso anno - e di spostare i seggi per “motivi di sicurezza”.


A pagarne il prezzo saranno almeno 144 mila cittadini di 19 province, in gran parte nel sud-est curdo, che per recarsi alle urne dovranno fare molti chilometri, passando in alcuni casi anche attraverso checkpoint militari.

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