Uber Eats commissariata

CHIUSA L’INCHIESTA PER CAPORALATO. MANAGER INDAGATA, PARLÒ DI “SISTEMA PER DISPERATI”



di Igor Greganti

MILANO. “Davanti a un esterno non dire mai più ‘abbiamo creato un sistema per disperati’. Anche se lo pensi, i panni sporchi vanno lavati in casa e non fuori”. Così si esprimeva, intercettata mentre parlava con un altro dipendente, Gloria Bresciani, manager di Uber Italy. Il nuovo dettaglio emerge dagli atti dell’inchiesta milanese, appena chiusa, sullo sfruttamento dei rider, i fattorini che fanno le consegne di cibo a domicilio, nel servizio ‘Uber eats’.Un’indagine che il 29 maggio ha portato il Tribunale a disporre, con un provvedimento mai preso prima nei confronti di una piattaforma di delivery, il commissariamento della filiale italiana del ‘colosso’ americano. I rider, come già riportato nel decreto di amministrazione giudiziaria e come si legge nell’avviso di chiusura indagini, firmato dal pm Paolo Storari nell’inchiesta condotta dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, erano “pagati a cottimo 3 euro a consegna”, “derubati” delle mance e “puniti” quando ‘sgarravano’.Bresciani è accusata di caporalato (contestato fino al novembre 2019) in concorso con Giuseppe e Leonardo Moltini e Danilo Donnini, responsabili delle società di intermediazione Frc e Flash Road City (la Frc è indagata per la legge sulla responsabilità amministrativa). I quattro, scrive il pm, “impiegavano e reclutavano riders” assumendoli in Flash Road City e Frc srl “per poi destinarli al lavoro presso il gruppo Uber in condizioni di sfruttamento”. Avrebbero approfittato “dello stato di bisogno” di “migranti richiedenti asilo” che vivevano nei “centri di accoglienza” e venivano “da zone conflittuali (Mali, Nigeria, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea, Pakistan, Bangladesh) e pertanto in condizione di estrema vulnerabilità e isolamento sociale”. In particolare, i lavoratori venivano “pagati a cottimo 3 euro a consegna, indipendentemente dalla distanza da percorrere”, dal “tempo atmosferico, dalla fascia oraria”. Venivano pure “derubati” delle mance “che i clienti lasciavano spontaneamente”. E “puniti” attraverso “una arbitraria decurtazione (cosiddetto malus) del compenso pattuito” quando non si attenevano “alle disposizioni”. La Procura, per ribadire le “condizioni di lavoro degradanti” e il “regime di sopraffazione” che subivano i ciclofattorini, ha riportato un “prospetto” per mostrare la paga settimanale rapportata alle ore lavorate da alcuni rider. Uno di questi, ad esempio, per una settimana di lavoro per un totale di “68 ore” aveva incassato soltanto “179,50” euro e subito una decurtazione di 24,5 euro. I rider a volte, sottolinea il pm, venivano “estromessi arbitrariamente dal circuito lavorativo di Uber attraverso il blocco dell’account”. Altri 5 gli indagati ma per reati fiscali. E’ stata, invece, stralciata la posizione di Uber Italy, indagata per la legge sulla responsabilità amministrativa e che il 22 ottobre dovrà affrontare un’udienza alla Sezione misure di prevenzione, presieduta da Fabio Roia. “Negli ultimi mesi - ha spiegato in una nota Uber Italia - abbiamo lavorato a stretto con- tatto con l’amministratore giudiziario per rivedere e rafforzare ulteriormente i nostri processi. Continueremo a collaborare con le autorità e a combattere tutte le forme di intermediazione illegale”. I rider del servizio Uber Eats hanno continuato a lavorare, ma a controllare “i modelli di gestione” della filiale italiana del gruppo americano c’è dal primo giugno un amministratore giudiziario, che dovrà presentare ai giudici una relazione in vista della decisione sulla prosecuzione o meno del commissariamento. Nel frattempo, dopo il caso Uber e grazie ad un tavolo attivato dalla Prefettura nelle scorse settimane, Assodelivery e sindacati hanno raggiunto un’intesa su un protocollo contro il caporalato sui rider.

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