Un Paese da ricostruire


MO/UN BILANCIO SULLA SIRIA MENTRE SI COMBATTE E L’ECONOMIA PRECIPITA


DAMASCO. Moadamyya, quartiere a sudovest della capitale siriana, si raggiunge tramite una strada isolata. Solitamente da qui passa solo chi ci vive ma oggi tutta la zona è gremita di giornalisti, telecamere e fotografi. Un posto ai margini che per alcune ore finisce sotto i riflettori come poche settimane prima era stato per un altro quartiere periferico di Damasco, Darayya, che aveva visto la partenza in autobus dei ribelli che avevano deposto le armi e le loro famiglie tra i festeggiamenti dei soldati. Un evento ripreso dalle telecamere per mostrare al mondo la vittoria del governo e la liberazione del quartiere. E’ la cosiddetta strategia della riconciliazione, pensata dal governo di Damasco per dare la possibilità ai gruppi ribelli dell’opposizione disposti ad abbandonare la lotta armata (da cui restano esclusi però l’Isis e Al Nusra) di lasciare le aree sotto assedio, strozzate e stremate da lunghe privazioni e risorse tagliate. Una sorta di amnistia che concede la possibilità di rientrare in società o essere trasferiti nella pro- vincia di Idlib -sotto il controllo degli oppositori. Un progetto tuttavia controverso per qualcuno, perché non offrirebbe le dovute garanzie ai ribelli che emergono allo scoperto e che temono per questo ritorsioni. Così dopo Darayya, anche Moadamyya ha visto gli autobus verdi con la foto del presidente Assad che campeggia sul parabrezza e un numero, H-1, H-2, H-3 e così via, mettersi in fila per portare via chi ha deciso di andarsene. Destinazione, un’altra zona di Damasco, Herjellah, dove sono state preparate delle sistemazioni temporanee per accogliere intere famiglie e i loro fagotti, in attesa della resa totale che svuoterà tutto il quartiere, che sarà, spiegano, bonificato e ricostruito. Ma è sotto un sole caldissimo che vediamo arrivare sparpagliati dei gruppetti di persone, ci sono tante donne, soprattutto donne, coi loro bambini di tutte le età, e c’è pure qualche neonato. Dopo essere rimaste a lungo in piedi accanto ai propri bagagli, che vengono ispezionati uno ad uno dai militari, aspettano pazienti di essere chiamate. Con sé hanno poco o niente, ma dalle loro valigie disfatte dai soldati si intravedono coperte sintetiche, qualcuna viene lasciata cadere a terra, si impolvera. Vengono aperti anche i cartoni imballati a fatica, così come a fatica sem- brano essere state chiuse quelle vecchievaligie che scoppiano di roba, ma una volta aperte si ricomincia da capo, bisogna rifare tutto. Qualche giovane donna si asciuga le lacrime cercando di non essere vista, gli uomini che restano abbracciano gli uomini che vanno. Tra i primi, ci diranno poi, ci sono anche i miliziani. Non vogliono farsi intervistare e si voltano quando si punta la macchina fotografica verso di loro. Qualcuno dopo un po’ però si lascia avvicinare, si informa coi soldati dell’esercito siriano in che cosa consista la riconciliazione, come fare a registrarsi e quali le condizioni, ovvero le garanzie, che li aspettano una volta fuori. Ad assistere tutte queste persone, ma si fa per dire, ci sono i volontari e i funzionari della Mezzaluna Rossa, che non interferiscono coi soldati che coordinano le partenze e si limitano a indicare a chi parte dove attendere il proprio turno o quando salire in autobus. E’ una continua attesa insomma, fuori e dentro gli autobus, dove manca l’ariaondizionata. Non si vede distribuire nem- meno un po’ d’acqua, neppure, in una giornata torrida, alle mamme coi bambini più piccoli. I giornalisti si affannano a fare domande ma questa gente parla poco,è spaventata, non sa che cosa l’attende dopo anni di guerra vissuti con l’obbligo di schierarsi da un parte, coi ribelli, o dal’altra, coi soldati regolari, per evitare ripercussioni.Ma la strategia di pacificazione di questi quartieri è più che altro un tentativo di risolvere il conflitto. “I miliziani avranno un tempo stabilito per consegnare le armi e reinserirsi nella società come normali cittadini, viene preso in considerazione il loro pentimento, che funge da salvacondotto”, spiega Marwan Obaid. Il responsabile del comitato della riconciliazione di Darayya assicura che la strategia funziona e che nel caso di Darayya il quartiere è stata ri- pulito completamente dalle armi, anche grazie al lavoro degli sminatori, che hanno controllato palmo a palmo tutta l’area. I combattenti che vogliono aderire alla pacificazione vengono presi in carico dal governo e il loro reinserimento è controllato, aggiunge infine.Qualcuno tuttavia esprime diffidenza. “E’ un rischio che si deve correre”, è infatti il commento di qualche siriano che assiste al trasferimento, “perché i soldati non ce la fanno più, devono riposare, e in questo modo almeno abbiamo la certezza che una piccola parte dei ribelli rimanga sotto l’occhio vigile del governo”. Intanto i primi autobus partono, col loro carico di vite umane, stremate dal lun- go assedio che ormai è dietro di loro. Una nuova vittoria, ripresa anche dalle telecamere straniere, per il presidente Assad.


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