Un sentiero stretto

GOVERNO/ROAD MAP NON CAMBIA. PER EVITARE LA CRISÌ LO SNODO È CONTE TER



di Serenella Mattera

ROMA. Un varco c’è per evitare la crisi: è stretto, ma si sta lavorando per imboccarlo. “Fate il Recovery plan, fate i ristori. Basta perdere tempo!”, è la linea di Matteo Renzi, rilanciata da Italia viva. Il segnale, per gli alleati, che la “road map” tracciata dal premier Giuseppe Conte in asse con il Pd potrebbe scongiurare il redde rationem in Parlamento. Ecco il piano: martedì il Recovery plan dovrebbe andare in Consiglio dei ministri, poi si aprirà il tavolo per il patto di legislatura che dovrebbe chiudersi in una settimana con un nuovo programma e un corposo rimpasto. Come? Lo snodo potrebbe essere il “Conte ter” ovvero un nuovo governo che passi dalle dimissioni di Conte per poi avere il reincarico, con un corposo cambio di squadra. Ma l’ipotesi è stata finora esclusa da chi è più vicino al premier “il problema è che ora è difficile fidarsi di Renzi”, dice un pontiere. Cruciali saranno le prossime ore, a cavallo del Consiglio dei ministri. Il rischio di scivolare sul crinale della crisi è ancora alto. Nella notte di sabato Renzi riunisce per più di quattro ore, in videoconferenza quasi tutti i suoi 31 deputati e 16 senatori (17 con lui) per preparare le ore cruciali del confronto. Non si registrano smarcamenti, alcuni interventi sono più prudenti ma, assicura un renziano, i più critici per come la partita è stata gestita “sono proprio quelli più filo Conte”. “Per noi - sintetizza un deputato - il Conte 2 è chiuso e di certo non ci accontentiamo di un rimpastino: l’ideale sarebbe un governo con un altro premier, anche uno del Pd, ma se arriveranno le risposte chieste potrebbe anche nascere un Conte ter”. “Forte discontinuità sui contenuti, su metodo e merito”, è la richiesta che Teresa Bellanova scrive su Facebook, in risposta al post con cui Conte tendeva una mano a Iv. “O l’esito è già scritto”, aggiunge, ovvero le dimissioni che aprirebbero la crisi. Sarebbe “un azzardo politico e un errore numerico”, avverte Renzi, per Conte andare al redde rationem in Aula ma Iv è pronta anche all’opposizione. Se si stacca la spina al governo, dice anche Ettore Rosato, la responsabilità è di Conte. L’esito della partita, però, non è ancora deciso. Perché, osserva un ministro Pd, una “via d’uscita” a Renzi è stata offerta. E, al di là dei toni bellicosi, ricucire è ancora possibile. Il redde rationem in Aula con l’operazione “responsabili”, poco gradita a Pd e M5s, resta ancora congelato. Il testo Recovery plan, cui lavora per tutto il weekend il ministro Roberto Gualtieri, dovrebbe essere recapitato ai partiti entro lunedì sera, con un cospicuo stanziamento a partire dalla sanità: secondo alcune fonti non ufficiali, potrebbe ancora salire di una decina di miliardi la cifra, già portata a 18 miliardi. E al tavolo della verifica si potrebbe discutere anche del mini-Mes (la richiesta di una parte, una decina, dei 36 miliardi). Al “pontiere” Goffredo Bettini, che tiene un canale aperto tra lui e Conte, Renzi ha consegnato il 6 gennaio un documento in 30 punti che elenca tutti i nodi aperti nella maggioranza. Al dirigente Dem Renzi chiede, vista l’inerzia del premier, chi possa farsi “garante” di un nuovo patto “serio”, da chiudere in fretta. E poi elenca una lunga serie di questioni, con proposte anche urticanti per gli alleati, dai dubbi su reddito di cittadinanza e cashback, al “rapporto con gli americani dopo il caso Barr”, alla commissione d’inchiesta sul Covid, fino alla valorizzazione della Rai e “non di Netflix private” (leggi, Franceschini), dalla richiesta di una “svolta garantista” e di opere come “il Ponte sullo Stretto”, per finire con le nomine in sospeso e le comunali. Temi da verifica. Prima Conte e il Pd proveranno a mettere in sicurezza il Recovery plan. “Noi non faremo nulla per rallentarlo, chiediamo di accelerare”, dicono da Iv, mentre Davide Faraone annuncia il voto favorevole al nuovo scostamento di bilancio. L’idea è scavallare il Cdm di martedì (salvo rinvii), evitando il voto contrario (e le dimissioni) delle ministre renziane (c’è chi ipotizza che possano non votare). Poi si aprirà la verifica. O la crisi.

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