Vatileaks 2, ore di attesa



CITTÀ DELVATICANO.Arriverà oggi, alla ventunesima udienza del processo iniziato il 24 novembre scorso, la sentenza del Tribunale d’Oltretevere sul caso “Vatileaks 2”, la vicenda del “travaso” di documenti vaticani finiti su articoli di stampa e in particolare nei due libri “Via Crucis” e “Avarizia” di Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi. “Travaso” le cui responsabilità sono attribuite agli ex componenti della Commissione Cosea sulle finanze della Santa Sede, monsignor Lucio Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, e al segretario esecutivo Nicola Maio, come membri della presunta “super- commissione ombra” o “segreta” la cui finalità per gli inquirenti vaticani sarebbe stata proprio quella di raccogliere carte riservate e passarle ai giornalisti.

Ieri, davanti alla Corte presieduta da Giuseppe Dalla Torre, si sono concluse le arringhe degli avvocati difensori, e anche le repliche e contro- repliche delle parti. La nuova udienza è stata quindi convocata per oggi alle 11.30, quando ci saranno le dichiarazioni spontanee degli imputati, quindi la camera di consiglio e la sentenza. L’avvocato Rita Claudia Baffioni, che difende Maio, ne ha sostenuto la totale estraneità ai fatti, anche per il fatto di essersi allontanato dal “gruppo” già nel dicembre 2014, proprio perché non tollerava di essere coinvolto da Vallejo e Chaouqui in attività “para-vaticane” o “extra- istituzionali”, come il lavoro per Fondazioni tra cui la spagnola “Messaggeri per la pace”.

Non poteva insomma prevedere prima quello che sarebbe stato poi il reato, cioè il passaggio dei documenti

da Vallejo ai giornalisti, maturato nella primavera successiva. Maio sarebbe stato tirato in ballo solo per la dichiarazione in istruttoria della Chaouqui di aver sottratto dei documenti dati poi a Balda, dichiarazione che però la donna ha ritrattato in aula quindi non vale più come “prova”.

Non esiste né la partecipazione all’associazione criminosa né il concorso nella divulgazione, secondo il legale, che per Maio ha chiesto l’assoluzione dal primo reato perché il fatto non sussiste e l’imputato non l’ha commesso, dal secondo perché il fatto non sussiste e l’imputato non l’ha commesso né vi ha concorso; in subordine per insufficienza di prove; in estremo subordine il minino della pena, con le attenuanti generiche e i benefici di legge.

L’avvocato Roberto Palombi, difensore di Nuzzi, ha dapprima eccepito sulla competenza

giurisdizionale del Vaticano su una imputazionecheriguardaatticompiuti in territorio italiano (Nuzzi, in precedenza, era stato tenuto fuori dal processo “Vatileaks 1” con imputato Paolo Gabriele). Oltretutto, nelle notizie pubblicate, non c’è nessun pregiudizio alla “sicurezza dello Stato”.

Nuzzi, secondo il legale, ha esercitato il diritto-dovere di cronaca, ed è stato lo stesso Vallejo Balda a dire in aula che da parte dei giornalisti non ci sono state “né pressioni, né sollecitazioni,néminacce”.Luistesso, insomma, “li ha scagionati”.

Anche il tono delle comunicazioni whatsapp tra Nuzzi e Vallejo, sempre molto cordiale e amichevole, lo dimostra. Manca, in altre parole, la “condotta criminosa”. Bisogna inoltre rifarsi ai principi del diritto internazionale e naturale del diritto e dovere di informazione, cui fanno riferimento anche Papi come Leone

XIII, Giovanni XXIII e Francesco. Chiesta pertanto per Nuzzi, a parte il riconoscimento della non competenza giurisdizionale del Vaticano, l’assoluzione “con la più ampia formula liberatoria”.

Analogo il discorso dell’avvocato Lucia Musso per Fittipaldi - autore per L’Espresso di inchieste sul Vaticano da diversi anni prima di entrare in contatto con Vallejo, e già al lavoro sul suo libro prima di conoscerlo - per il quale entrare in contatti con il prelato spagnolo tramite la Chaouqui era “un’occasione troppo ghiotta”, soprattutto per verificare informazioni da lui già acquisite. Anche qui, nessun “concorso morale”, nessuna sollecitazione o pressione, o tantomeno minaccia. Tanto che, visto che la colpevolezza non è stata dimostrata in alcun modo,il giornalista va assolto - ha chiesto il legale con formula piena, “perché il fatto non sussiste o altra formula decisa dal Tribunale”, o “in estremo subordine” per insufficienza di prove.

Nelle brevi repliche, il promotore di giustizia aggiunto Roberto Zannotti ha sottolineato con forza che questo “non è un processo alla libertà di stampa” perché l’accusa per i due giornalisti è il concorso“sottoli profilo di aver rafforzato con la loro disponibilità l’idea del prelievo e della diffusione di documenti”.

“Non è un processo alla libertà di stampa - ha ribadito - altrimenti avrebbero ragione a parlare di un Tribunale sovietico, perché questo è quanto scrivono i giornali”.


ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

ITALIAN LANGUAGE DAILY NEWSPAPER

PUBLISHED BY GRUPPO EDITORIALE OGGI

Tutti i diritti riservati @ GRUPPO EDITORIALE OGGI e A SOAKING MEDIA