Viola: Hollywood è bianca

CINEMA/FESTA DI ROMA: IL PREMIO MARCO AURELIO ALLA CARRIERA ALLA HARRIS



ROMA.Non solo a Hollywod “ma direi tutto in America, è bianco, tranne la Nfl e la Nba. Nel cinema poi lo sono quasi tutti i responsabili, i dirigenti, e con qualche eccezione, i film e i programmi tv”. Le cose “stanno cambiando ma la strada è ancora lunga”. Anche se “avessimo il 93% dei membri dell’Academy appartenenti a minoranze, finché tra i film prodotti ce ne sarà solo uno ogni tanto con protagonisti di colore, a cosa serve? Vogliamo essere pagati quanto gli attori bianchi e in genere questo ancora non accade”. Quello che “cerco di insegnare anche a mia figlia di nove anni, è che per quanto siamo il 12,5% della popolazione, non bisogna accontentarsi del 12,5% della torta. Io voglio tutto, tu vuoi tutto e dobbiamo lottare per questo”. Parole dell’incomparabile Viola Davis, due Tony, un Oscar e un Emmy, che ha affascinato il pubblico in sala Petrassi, dove ha ricevuto nella giornata finale della Festa del Cinema di Roma, il Marco Aurelio alla Carriera da Pierfracesco Favino,

suo grande fan: “Mi lasci libero ogni tanto - ha detto l’attore consegnandole il riconoscimento - sono ossessionato dal suo talento da quando l’ho vista in Il dubbio”. Sorpresa per l’interprete di The Help e per gli spettatori è stato il video messaggio inviato dall’amica Meryl Streep: “Viola Davis è una delle più straordinarie attrici con cui abbia mai lavorato, ha un talento enorme, ma soprattutto le sue doti umane sono infinite. Ha un enorme forma morale e senso di compassione. Viola, sei una meraviglia come attrice, donna, madre, sorella e per fortuna mia come amica” ha detto l’attrice concludendo, in un mix di italiano e inglese “Congratulazioni cara”. Viola Davis, classe 1965, diventata prima una star di Broadway, e poi col tempo anche una protagonista al cinema, dopo una lunga gavetta in ruoli di contorno (la prima grande occasione sul grande schermo l’ha avuta proprio accanto al suo idolo e fonte d’ispirazione Meryl Streep, in Il dubbio, nel 2008), ha dimostrato tutta la sua classe e carisma, in un incontro nel quale ha mescolato, nel rispondere alle domande del direttore della kermesse Antonio Monda e nel commentare clip tratte dal suo lavoro (si andava da The Help, per cui le è arrivata la prima nomination all’Oscar a Widows, da Barriere per cui ha vinto l’Academy a Le regole del delitto perfetto, dove il ruolo di Annalise Keating, “è stato durissimo, non immaginavo, all’inizio”) humour, riflessioni e ricordi. Fra questi l’essere stata arrestata, da piccola, insieme alla madre, durante una manifestazione per i diritti civili: “Già allora ho imparato l’importanza della difesa dei propri diritti”. Come artista di colore, il problema maggiore è che “i nostri personaggi sono spesso annacquati, o troppo carichi, troppo gentili o troppo arrabbiati, per piacere al pubblico. Per questo è bellissimo recitare ruoli come quelli scritti da August Wilson (grande drammaturgo afroamericano, autore fra gli altri, di Barriere), lui ci rappresenta come persone, in tutte le nostre sfaccettature, anche nelle negatività, ci ha dato una voce”. Un’artista, per lei, deve avere “il coraggio di dire la verità, perché è una cosa che molti non hanno nella vita. Indossiamo maschere sorridenti, mostriamo una versione ridotta di noi stessi per paura di essere giudicati. Noi artisti dobbiamo subentrare per restituirvi voi stessi senza filtri, rappresentando la reale umanità anche quella più dolorosa e più marcia”. Viola Davis nel costruire un personaggio lo indaga “come fossi un detective”. L’attrice, che ha fra i film in cantiere il sequel di Suicide Squad (dai fumetti Dc, era già nel primo capitolo), commenta anche la polemica innescata dalle dichiarazioni di Martin Scorsese sui cinecomics, che per il cineasta non sarebbero vero cine- ma: “E’ la sua opinione, la rispetto e amo tutti i film di Scorsese ma a me piace anche vedere un buon film della Dc o Marvel”. La fantasia “ti permette di creare mondi dove fuggire, dove ridefinirsi, se non l’avessi avuta sarei rimasta la ragazzina di Rhode Island che non veniva considerata attraente”. E’ “il giardino che ci ha dato Dio dove si può giocare e nessuno può decidere chi ne può fare parte e chi no. Penso ci sia un posto per tutto”.

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